Madame Bovary: era una mezza calzetta?
Partiamo dalla storia della definizione “mezza calzetta”.
Siamo a Napoli tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento quando diventano di moda le calze in seta per le donne. Sono molto care, ma siamo nella terra del genio italico e dell’arte di arrangiarsi, e così vengono inventate “le mezze calzette”, che di seta avevano solo la parte inferiore, quella visibile.
Ecco il punto: l’apparenza.
Dall’esterno sembravano lussuose, eleganti, alla moda. Ma sotto? Ordinario cotone, nient’altro che un’illusione. Esattamente come Madame Bovary, una donna che voleva apparire raffinata, sensuale e colta, ma che non era né l’una né l’altra. Non una grande amante, non una mente brillante, non una ribelle tragica: una mezza calzetta.
Madame Bovary passa la vita a inseguire sogni di grandezza.
Vorrebbe vivere in una Parigi che non conosce, frequentare salotti a cui non è invitata, essere amata follemente da uomini che la vedono come un passatempo. Si sente speciale, diversa dalle altre donne di provincia, ma poi cade nei cliché più banali. S’indebita per ostentare un lusso che non può permettersi, si innamora di soggetti mediocri e si rovina la vita per inseguire ideali vuoti.
Insomma, si crede un’eroina romantica, ma non ha il fascino necessario per far innamorare neanche un burino come Rodolphe. Vuole una vita lussuosa, ma non ha i mezzi per sostenerla. Si crede molto astuta ma è ingenua e parecchio stupida. Non capisce che è una pedina nel gioco degli uomini, che il farmacista Homais la usa per i suoi interessi, che i suoi amanti la manipolano e che perfino l’ultimo mercante di stoffe si prende gioco di lei.
Flaubert con questo romanzo ha dato un nome a una condizione esistenziale che sarebbe diventata la cifra della modernità: il bovarismo.
L’insoddisfazione cronica, la tensione verso un ideale irraggiungibile, il bisogno di sentirsi speciali senza possederne davvero le qualità. Emma perciò non è solo un personaggio: è un prototipo di una mentalità e di una (sotto)cultura che si sarebbe moltiplicata in milioni di esemplari.
Da genio letterario, Flaubert aveva intuito in anticipo che l’essere umano moderno sarebbe stato perennemente in lotta con l’immagine di sé che desiderava proiettare, in un gioco infinito di specchi e illusioni.
Oggi, quell’intuizione è diventata la nostra quotidianità.
Social network, vite filtrate, modelli inarrivabili fanno sentire tutti (quasi tutti, per fortuna) sempre un passo indietro rispetto a un ideale irraggiungibile. E infatti sono pieni di “Emme” Bovary, donne (e uomini, sia ben chiaro) che s’inventano un’identità posticcia e spettacolare, e vivono nell’autoillusione di fare la differenza. Avete presente quelli che sui social con tono minaccioso postano: “Vi avviso: esco da Facebook”, salvo poi tornare dopo tre giorni? Ecco, loro, quelli che sono convinti che qualcuno soffrirà bestialmente della loro assenza.
Le mezze calzette sono pericolose perché non sanno di esserlo.
Ostentano ciò che non hanno, indipendentemente che siano soldi o cultura (spesso entrambi al contempo!), esibiscono emozioni fake, vivono nella superficie delle cose, convinti che basti un filtro per diventare profondi.
Se Gustave Flaubert dall’alto del suo genio e della sua sublime ironia poté affermare "Madame Bovary c’est moi” è proprio perché noi comuni mortali avessimo un obiettivo nella vita: non essere Madame Bovary e potessimo un giorno dire: “Madame Bovary ce n’est pas moi”.
Perché la vera libertà è scosciare senza seta finta sulle calze.
Fonte immagine copertina: smellatelier.it
Comments